Due omicidi, 17 aggressioni con feriti, 5 estorsioni.
Questi gli episodi di violenza contro gay e lesbiche denunciati solo da inizio anno. A questi dobbiamo sommare innumerevoli altri episodi di violenza fisica e verbale e tentativi di estorsione che non sono stati denunciati alle autorità per paura. Paura di ritorsioni, paura di fare sapere alle famiglie quella che è diventata una realtà da nascondere. Mentre negli Usa Obama cancella il veto per gay e lesbiche nell’esercito e dice che nel suo paese nessuno deve avere paura di tenere per mano la persona che ama, da noi sta accadendo il contrario. Ogni giorno si cancellano anni di lotte per i diritti civili, per l’eguaglianza, per la dignità. Lotte che non hanno dato frutti politici e quindi non hanno stabilito punti fermi della nostra legislazione. E quindi si sta affermando l’idea che picchiare un frocio, ricattarlo, umiliarlo non solo sia penalmente irrilevante, ma anche socialmente accettato.
Il ragazzo 22nne aggredito a Roma l’altro giorno non voleva andare in ospedale nonostante le ferite. Questo per non turbare i genitori con una scomoda verità, sempre meno accettata. Ecco la gravità sociale della situazione sta in questi pochi fatti. Un branco di 4 persone che si sentono virili a pestare un ragazzo di 22 anni e la stessa vittima che ha paura che in famiglia si sappia la verità.
E nonostante le dichiarazioni e gli appelli, dal ministero delle pari opportunità non si accenna a nessun disegno di legge che preveda una tutela maggiore per chi è vittima di questi reati. Questo è un segnale forte. Il silenzio di fronte alla violenza dilagante contro gay e lesbiche ha il sapore di un consenso alla violenza, di una accettazione di tali comportamenti. E le dichiarazioni di circostanza non vengono neppure ribattute dai giornali e dalle tv. Segno che ci si sta abituando a questo.
Una situazione grave che peggiorerà nei prossimi mesi se non si interviene con un messaggio chiaro.
Dobbiamo aspettare il morto prima di prendere coscienza? O forse un morto gay ha meno valore per questo governo?
Alessandro Zan
Responsabile nazionale diritti civili SEL

